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La Biennale di Venezia 2019 vista da Arianna Stringhi

May You Live In Interesting Times.

Un augurio?

Con velato sarcasmo Ralph Rugoff, curatore della 58^ Esposizione Internazione d’Arte di Venezia, porta a riflettere sui nostri tempi.

Il risultato?

La risposta non è mai una sola, ma se dovessi riassumere con un’unica parola quanto ho percepito in due giorni di Biennale sceglierei assenza.

Un’assenza di umanità, di vita, di emozioni, quelle vere, quelle primarie, quelle che contano davvero. Come fossimo il ricordo di un’esistenza passata o come se improvvisamente ci ricordassimo di com’eravamo, dopo essercene dimenticati da tempo. Un’assenza, quindi, che richiama consapevolezza, un’assenza che porta a una possibile rinascita, un’assenza che si desidera colmare.

Due anni fa il tema era “Viva arte viva” e avevo vissuto una distruzione, una morte annunciata, un’apocalisse in arrivo, dalla quale non v’era via di scampo.

Oggi mi ritrovo a girare tra i padiglioni con la netta sensazione di essere una sopravvissuta, ma ancora viva e con la voglia di ricominciare.

Percorrendo gli spazi espositivi mi sono ritrovata ad essere lettore di libri senza testo, pubblico di un concerto inesistente, fruitore di vestiti e di frutti cementificati, parte di un coro solo evocato, spettatore di un aereo distrutto, visitatore di luoghi abbandonati, osservatore di schermi in attesa di storie che non arriveranno mai.

Un’assenza viva, ne percepisci la sua presenza, ne assapori la sua essenza.

Il Padiglione centrale è avvolto dalla densa nebbia di Lara Favaretto, che con Thinking Head ne nasconde l’intera struttura d’ingresso, il Belgio rievoca arti e mestieri e personalità singolari in una sorta di presepe meccanico per i posteri.

Francia e Germania scelgono di chiudere l’ingresso principale facendo accedere dal retro; i primi simulando il crollo dell’edificio stesso, abbandonato a seguito di qualche cataclisma, i secondi creando un museo di sassi, ove una pubblicità di pomodori in disuso, nascosta da un bancale, ne richiama un vissuto al quale si è dovuto fuggire.

La Spagna riesce ad usare i video, mezzo troppo spesso abusato, nella sua semplicità disarmante, come evocazione di un passato o di un futuro, col quale puoi interagire nel presente toccandone l’oggetto protagonista.

La Danimarca riempie tutta una stanza di una gigante sfera nera, il cui aspetto straniante richiama una vita aliena a noi più potente, la cui associazione al monolite di Odissea nello Spazio evoca il ritorno di un futuro che inconsapevolmente abbiamo già vissuto e forse vorremmo migliorare.

La Gran Bretagna mostra, come fossero reliquie, merletti, rotoli di carta igienica e piccoli germogli che crescono sul parquet.

La Russia sceglie invece il perdono, con la parabola del figliol prodigo, ma nei sotterranei, con Alexander Shishkin-Hokusai, che a mio avviso concepisce l’installazione più pittorica di tutta la biennale, avvengono eventi tra il passionale e l’infernale. L’amato e odiato Lorenzo Quinn, con le sue “manone”, che nonostante tutto restano di grande impatto visivo oltre ad essere le più fotografate, si riappacifica con il cielo, quasi a chiedere scusa, mentre Alexandra Bircken stupisce spargendo in uno spazio vastissimo, dal pavimento al soffitto, neri involucri di sagome umanoidi, quasi fossero il risultato di una nuova Pompei, ma nomina l’opera Eskalation: che sia il risultato di una mutazione, un cambio di pelle, un’evoluzione e non una tragedia?

L’Islanda crea invece un rifugio di fili di nailon, come una grotta colorata in cui ricaricarsi d’energia positiva per affrontare il domani e l’India un portale di fumo e parole da attraversare per raggiungere un oltre, nella speranza sia migliore.

Il Leone d’oro lo vince la Lituania, riempendo un magazzino con un popolo in vacanza (di cui ne ho visto solamente il ricordo), quasi ad estraniarsi da tutto e da tutti e per questo restandone prigioniero.

Ma non solo padiglioni collettivi, quest’anno, grazie a Ralph Rugoff, molti artisti hanno esposto con opere di genere differente, in entrambi gli spazi dei Giardini e dell’Arsenale, dando al pubblico la possibilità di ritrovarli, riconoscerli e apprezzarli a tutto tondo. Ed ecco che colpita dalle tele di Nicole Eiseman ai Giardini, mi ritrovo calamitata da alcune sculture all’Arsenale e mi sorprendo nello scoprire essere sue anch’esse, sebbene realizzate in uno stile decisamente differente. Oppure ritrovare George Condo come fosse un vecchio amico che avevo salutato il giorno prima.

Non ho visto tutto, almeno tre giorni ci sarebbero voluti per apprezzare la Biennale nella sua interezza, due sono troppo pochi, anche perché molti sono gli spazi espositivi accessibili gratuitamente sparsi in tutta la città.

Qualcuno si domanderà: “E l’arte? Quella coi colori e i pennelli o con la creta, il legno o il marmo?”

Io vi ho raccontato quanto mi è arrivato, quanto mi è restato, quanto mi porto a casa, vi ho raccontato il mio percorso emozionale, vissuto d’istinto, per empatia, di pancia, quello che in qualche modo mi ha cambiata, stimolata o mi ha posto delle domande. Questo è quello che ho assimilato in Biennale. E questo è quello che l’arte sa fare.

L’arte dev’essere questo, non solo colori sparsi su una tela. Non solo il bel quadro che sta bene in salotto in cromia col divano. L’arte è espressione, coinvolgimento, stupore, l’arte deve trasformarci, ci deve arrivare non solo attraverso gli occhi, ma in tutto il corpo, deve riuscire a farci scoprire altre prospettive. Arte è emozione in tutte le sue forme, anche quelle più struggenti, non solo l’appagamento degli occhi. Attraverso l’arte abbiamo una possibilità in più, possiamo vivere un cambiamento, o comprendere come effettuarlo. Lasciamoci contagiare.

I bambini ci riescono.

Arianna Stringhi